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Emozioni in altalena: Il disturbo bipolare

 

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Il Disturbo Bipolare (o bipolarismo) è un disturbo dell’umore che colpisce circa il 3% delle persone nell’arco della vita, sebbene circa il 5-10% della popolazione generale soffra di disturbi della sfera affettiva. È un disturbo complesso, difficile da riconoscere, anche perché il quadro clinico è frequentemente associato ad altri disturbi psichiatrici quali i sintomi psicotici (come deliri ed allucinazioni), i disturbi di personalità, i disturbi d’ansia, i disturbi del controllo degli impulsi.

Il soggetto che ha un disturbo bipolare non ha la consapevolezza di averlo nella maggior parte dei casi, poiché le fasi ipomaniacali e maniacali sono percepite come normali. È un disturbo che se non riconosciuto e curato correttamente può avere gravi conseguenze: molte ore di lavoro perse, rottura di relazioni affettive, periodi di spesa eccessiva e immotivata, periodi di maggiore disinibizione sessuale o di maggiore litigiosità e nervosismo, maggiore rischio di suicidio, oltre a molta sofferenza soggettiva

Il disturbo bipolare è caratterizzato dalla perdita più o meno marcata di un equilibrio che ogni essere  umano si predispone ad avere, per cui si osserva da un lato, un’instabilità affettiva, una labilità emotiva, una lunaticità esasperata, che si riflette nella vita personale e relazionale del soggetto; dall’altro, momenti di fissazione del tono dell’umore, tra la depressione da una parte e l’eccitamento (ipo)maniacale dall’altra. Con l’umore variano i livelli di energia fisica, la sensazione di maggiore o minore efficienza mentale, la qualità e la forza dei pensieri, il sonno, l’appetito e il peso, la reattività agli eventi e alle provocazioni. In pratica assieme all’umore vengono coinvolte le emozioni, i pensieri, i comportamenti, il modo di prendere le decisioni e le priorità.

Il disturbo bipolare si può presentare in una fase di eccitamento (ipo)mania o in una di depressione:

-La fase ipomaniacale e maniacale:

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L’ipomania è caratterizzata da eccitamento, diminuito bisogno di sonno, sensazione di avere maggiore energia fisica e psichica, maggiore efficienza mentale, maggiore loquacità. Ci si sente particolarmente euforici, ma anche irritabili. La persona ipomaniacale può presentare maggiore sicurezza relazionale rispetto al recente passato, fino alla disinibizione eccessiva, anche con comportamenti socialmente inappropriati.

Aumentando l’eccitamento fino alla mania si arriva a non riuscire più a portare a termine progetti, il comportamento tende ad essere disorganizzato, caotico, inconcludente. L’umore è irritabile, disforico, comunque molto labile, per cui si può passare dal riso alla rabbia molto rapidamente. I pensieri vanno così veloci che è difficile star loro dietro, così come le parole. I discorsi diventano sconclusionati, l’attenzione salta da una cosa all’altra, c’è grande distraibilità. I maggiori livelli di energia portano a non sentire il bisogno di dormire o di mangiare. Spesso i sensi sembrano affinarsi e la percezione diventa più vivida. Le persone vicine a chi soffre di mania stentano a riconoscerlo: prima timido e riservato, ora non smette un attimo di parlare ed è sorprendentemente disinibito. C’è scarsa capacità di valutare le conseguenze delle proprie azioni, e nessuna consapevolezza di stare male e che questa è una fase della malattia, per cui non sono i pazienti a chiedere un intervento, che, infatti, rifiutano solitamente le cure.

-La fase depressiva (o depressione) del disturbo bipolare

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Nella depressione l’umore è molto basso, con tristezza profonda e continua per la maggior parte del giorno per almeno 14 giorni. A questo si abbina la sensazione che nulla di quello che prima interessava e piaceva interessi ancora, né possa dare più piacere. Si perde il significato della vita, che appare profondamente dolorosa. Il sonno tende ad essere disturbato, soprattutto al mattino, l’appetito può aumentare o diminuire. Ci si sente senza energie fisiche, facilmente stancabili, con una grande difficoltà nel concentrarsi o nel memorizzare nuove informazioni. I pensieri corrono più lentamente, girano intorno a temi come la morte, la rovina, il fallimento, la miseria, la malattia. Le fasi depressive possono risultare talmente gravi da portare al suicidio o ad atti autolesionistici. La depressione solitamente dura di più dell’ipomania , che possono durare anche solo pochi giorni. Spesso gli episodi di depressione sono anche più frequenti nell’arco della vita. A volte da una fase si passa immediatamente all’altra, altre volte intercorre un periodo di umore normale, o misto con ansia e instabilità.

Nel disturbo bipolare l’esordio delle fasi di depressione o di ipomania è solitamente brusco, e si passa da una fase all’altra anche nell’arco di pochi giorni, talvolta l’insorgenza è più graduale.

Esordio e decorso del disturbo bipolare

Il disturbo bipolare ha un esordio tipicamente brusco, collocabile nell’adolescenza e nella prima età adulta, ma può essere anche subdolo, con umore irritabile, discontrollo comportamentale, deficit attentivi. Colpisce ugualmente maschi e femmine.

È il disturbo che comporta il più alto rischio di suicidio, specialmente nei periodi di depressione. Aumenta il rischio di 15 volte rispetto alla popolazione generale, specialmente in quei soggetti che hanno precedenti tentativi di suicidio e che hanno una storia familiare positiva per suicidio.

 

Terapia per il disturbo bipolare

Obiettivo della terapia è la risoluzione della fase di malattia (depressione e ipomania) da una parte, ma contemporaneamente la stabilizzazione dell’umore e le prevenzione delle ricadute dall’altra, per ridurre frequenza, intensità e durata delle eventuali fasi successive.

La terapia del disturbo bipolare necessita di un trattamento farmacologico somministrato dietro accurata e attenta supervisione da parte di uno psichiatra esperto. La maggior parte delle persone che ha un disturbo bipolare, anche grave, può raggiungere un livello di stabilizzazione della malattia e condurre una vita normale. Poiché il disturbo bipolare è una malattia ricorrente, è quasi sempre indicato un trattamento di lunga durata, talvolta a vita.

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La terapia farmacologica si basa su più categorie di farmaci a seconda della fase di malattia e della risposta individuale. Gli stabilizzatori del tono dell’umore sono tuttavia considerati in letteratura la classe di farmaci centrale nella cura del disturbo bipolare. La loro efficacia riguarda sia la cura delle fasi depressive che maniacali, ma anche la prevenzione delle ricadute. Di prima scelta sono i sali di litio e l’acido valproico.

In alcuni casi si associano farmaci antidepressivi al trattamento in atto, anche se questa pratica deve essere valutata attentamente visto il rischio di viraggi verso la mania che questo comporta, mentre altre volte si possono associare farmaci ipnoinducenti per i relativi disturbi del sonno.

 

La sfortuna di soffrirne

Con questa lettera aperta inviata ad Huffingtonpost, riusciremo a capire meglio cosa significa soffrire di bipolarismo.

“La mia mente vaga da sola e va in luoghi così lontani e isolati che nessun altro riuscirebbe a ritrovare la strada – si legge -. La mia mente potrebbe viaggiare per migliaia di chilometri in pochi secondi, solo per tornare indietro con più domande sulla morte, sull’amore e sul significato dell’esistenza. Ho una mente che non riesco a raggiungere, un uragano di emozioni avvolto in un unico, enorme groviglio dentro la mia testa, che cerca di farmi impazzire. Ho una mente che non può davvero essere domata”.

“Resto a letto per giorni – continua -. Qualche ora dopo, potrei ritrovarmi su un tetto e urlare per l’intensa euforia che mi riempie le vene, con una magia che il mio corpo trova incomprensibile ma a cui si adatta lo stesso. Sono un’altalena terrorizzata, che un momento prima vola tra le stelle e quello dopo cade giù con tutta la sua forza. Ho così tanto amore da dare, eppure sono incapace di farlo. Dentro di me ci sono due mostri che combattono per un primo posto dove al vincitore non spetta altro che dolore”.

La lettera continua e la ragazza spiega che quando è eccitata, quindi si sente bene, è sicura, si sente fiera. Si sente in grado di fare qualsiasi cosa e prova “pena per tutti quelli che sono tristi e non riescono a trovare la luce alla fine del tunnel”“Voglio vedervi felici – spiega – non voglio mai vedervi piangere. Voglio che dimentichiate le ferite che il mondo vi ha riservato, e che vediate tutta la bellezza che contiene. Sono in cima al mondo e niente e nessuno può toccarmi”.

Ma quando questa sensazione finisce, arriva il crollo. Il disturbo bipolare porta a questo, porta a un desiderio di morire:

“Questa vita è la nostra punizione. È quello che ci spetta per aver pensato di meritare felicità e amore. Spegnete le luci e andatevene perché non c’è speranza e io morirò da sola. Se mi vedete piangere, fate finta che non stia accadendo perché niente di quello che direte cambierà il fatto che sono disperata e pronta a morire. Non potete salvare me, non potete salvare voi stessi. No, non uscirò stasera, andate senza di me ragazzi. Mi spiace che non riusciate a sentirmi presente. Mi dispiace di essere sempre così triste. Chiedo scusa se riesco a parlare solo di perdita. Scusate, perché non so più come parlare. Perché siete ancora qui? Andate, correte! Via! Non meritate una persona come me nella vostra vita, perché sono fatta di dolore e dovreste davvero andare, adesso. Non riesco a controllare ciò che faccio, le mie mani non mi appartengono. Non so dove sto andando”.

La ragazza confessa che questo momento buio non è una fase breve, può durare giorni e quindi le è difficile rapportarsi con le persone. Le allontana, le rifiuta, non vuole essere compatita e tutto diventa un incubo. Il suo momento di eccitazione, di amore e felicità non esiste più, ora c’è solo il desiderio della morte.

“Sono cose che non dirò mai perché sono troppo orgogliosa e perché non piangerò quando un giorno deciderete di allontanarvi da tutto questo – conclude -.Farà male, ma non lo saprete mai. Mi squarcerà in due, ma vi mostrerò soltanto che non siete mai stati importanti per me. Non ci proverò, non supplicherò. Mi richiuderò la porta alle spalle nel momento in cui vi sentirò titubare, perché la vita mi ha già dato abbastanza lezioni su come essere sola. Perciò, mi dispiace se pensate che io sia fredda, distante. Mi dispiace che parliate incessantemente della mia folle capacità di essere totalmente autonoma, a volte. Mi dispiace se, ogni tanto, vi sembro egoista o minacciosa. Posso soltanto mettere nero su bianco quello che sento. Se state leggendo, allora dovreste sapere che vi amo, nel miglior modo in cui posso farlo. L’unico modo in cui posso farlo”.

 

Spero che l’articolo sia Stato di vostro gradimento. Lasciate un like o un commento se l’articolo è Stato quantomeno interessante. Arrivederci e alla prossima

 

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«Everything Sucks!» Un’affermazione? No. Una serie targata Netflix.

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Ultima di una fortunata serie di produzioni originali Netflix, Everything Sucks! sbarca sulla piattaforma.

Con i suoi dieci episodi da poco più di venti minuti l’uno, perfetta per un binge-watching che non ruba troppo tempo. Creata da Michael Mohan e Ben York JonesEverything Sucks! potrebbe sembrare la naturale evoluzione di un filone nostalgico tanto caro al palinsesto Netflix, che fa leva sui ricordi dello spettatore attraverso la rievocazione di decenni passati. Ma sarà davvero così?

Se Stranger Things è un tributo agli anni Ottanta, infatti, Everything Sucks! immerge il pubblico nei Novanta, fra walkman, Tamagotchi, telecamere portatili, canzoni degli Oasis, blink-182, The Verve, Alanis Morisette, Tori Amos e The Offspring, solo per citarne alcuni, che rendono questa comedy una vera chicca per gli amanti degli anni 90.

Eppure, i nuovi protagonisti hanno molto poco da spartire con i liceali televisivi di quegli anni, dove le storie ruotavano attorno i fighi della scuola contendendosi la corona di reginetta del liceo o giocando partite di rugby.

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Oggi, invece, gli eroi sono gli outsider, i bullizzati, quelli con le fisse, i secchioni e le antipatiche che affrontano tematiche molto attuali in un contesto adolescenziale di amicizie e innamoramenti, viene ritagliato ampio spazio per temi più impegnati quali la perdita (intesa in senso lato), le difficoltà quotidiane delle famiglie monogenitoriali e l’omosessualità che non trovano un aiuto valido né dalla famiglia né dagli insegnanti.

Pensate a The End of the F***ing World, l’altra commedia che a gennaio ha spopolato su Netflix: racconta di un aspirante serial killer e di una insopportabile ladruncola, che scappano di casa. O Atypical, su un ragazzo autistico che decide di perdere la verginità. Nessuno vorrebbe essere nei loro panni, eppure ci hanno conquistato.

La scelta di argomenti compatibili col dibattito attuale si rivela una scelta vincente che rende la serie interessante. Lontana dall’essere sorprendente a causa della struttura tutto sommato banale e prevedibile, Everything Sucks! può comunque essere considerato un prodotto gradevole e godibile, citazionista al punto giusto, costellato da momenti toccanti e scene che riescono a strappare qualche risata che ci fa aspettare la seconda stagione, se non con ansia, quantomeno con curiosità.

 

Libertà di parola

La libertà di pensiero è l’esprimere le proprie idee e divulgarle ad un numero indeterminato di destinatari, è uno dei pilastri di ogni tipo di ordinamento e non si ferma solamente alla libertà di pensiero politico, ma anche alla religione ideologie. Viviamo nel XXI° secolo e la libertà di pensiero la diamo come un nostro diritto ma per conquistare questo, ci sono state numerose guerre di ribellione partendo dal Risorgimento, in cui grazie ad una insurrezione e alla volontà del popolo combattendo per un proprio ideale hanno ottenuto più indipendenza. La prima volta sancita in Italia è stata con la proclamazione dello statuto Albertino, in realtà ne godiamo realmente dal 1946 con la caduta del regime fascista, inserendo anche un articolo nella nostra Costituzione. Nel mondo esistono ancora paesi arretrati che il diritto della libertà soprattutto di pensiero non è riconosciuto come l’Iran, paesi del medio-oriente e l’Africa. Non dobbiamo però dare così per scontato che nei paesi più moderni sia pienamente riconosciuto questo diritto perché anche se viviamo in una democrazia in cui la maggioranza vince sempre, quando riusciamo ad eleggerla, alcune volte la minoranza impone il suo pensiero infrangendo così la tua libertà. Tutto questo grazie al potere dei “grandi” che fanno valere di più la loro decisione anche se magari non condivisa, accettata dalla maggioranza. Io personalmente odio le persone che violano la mia libertà, i miei spazi perché a parer mio questo diritto significa vivere la vita a pieno, ho raggiunto la mia libertà di pensiero con il compimento della mia dipendenza di opinione senza l’appoggio di nessun’altra ideologia dando importanza ai miei valori di vita. Me ne sono reso conto perché nonostante i pareri e i consigli degli amici, dei genitori il mio pensiero veniva influenzato ma non mi portava a cambiarlo. Sono stato a fortunato a nascere in un paese dove ho da sempre la più totale indipendenza di scelta senza alcun tipo di imposizione da parte dello stato ma soprattutto nel nucleo famigliare. Mi rendo conto che in stati dell’oriente questo diritto che tutti noi adolescenti italiani diamo per scontato per altri nostri coetanei sparsi nell’oriente non è così, con uno schema di vita dettato e imposto come per esempio lo sposarsi a 13 anni senza scegliere il proprio partner, a 14 anni diventare già madre e purtroppo non si riesce ad uscire da questi obblighi dettati da tempo. Prima non potendo comunicare con il resto del mondo vedevano tutto questo come una normalità ma ora con la diffusione dei mass media e di internet si sono collegati al mondo esterno ed hanno raggiunto anche loro la propria autonomia di pensiero ma viene comunque non accettata così da vietare loro un diritto irrevocabile. Bisogna riflettere su questo diritto a noi dato fin da bambini, ma un aspetto non così scontato perché la liberta di espressione di un proprio pensiero, della propria religione, di stampa, di libertà politica non è così scontato e non tutti ne possono godere di questo “privilegio”

World press Freedom Day 2018

Istituito dall’ONU nel 1993, l’evento rappresenta un modo per celebrare e valutare lo stato dell’indipendenza giornalistica e difendere i media dagli attacchi alla loro autonomia.

“Invito i governi a rafforzare la libertà di stampa e a proteggere i giornalisti. Promuovere la stampa libera è fondamentale per il nostro diritto alla verità”. Queste le parole del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, per introdurre la Giornata Mondiale della libertà di stampa 2018. L’evento, arrivato alla sua 25esima edizione, si celebra in tutto il mondo il 3 Maggio.

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La giornata mondiale della libertà di stampa è stata istituita su raccomandazione della Conferenza Generale dell’Unesco. La data scelta del 3 Maggio ricorda l’anniversarià della Dichiarazione di Windhoek, che nel 1991 concluse, nella città namibiana,il seminario Unesco sulla promozione di una stampa africana libera. Secondo i fondatori, la Giornata è un’opportunità per celebrare i principi fondamentali della libertà di stampa; valutare lo stato della libertà di stampa in tutto il mondo; difendere i media dagli attacchi alla loro indipendenza; e rendere omaggio ai giornalisti che hanno perso la vita svolgendo il proprio dovere. Stando ai dati diffusi dal rapporto annuale di “Reporter Sans Frontieres“, nel 2017 sono stati 65 i giornalisti deceduti nell’esercizio delle loro funzioni. Il barometro dell’organizzazione non governativa, relativo all’anno 2018, segna al 2 maggio quota 29 vittime, di cui 23 giornalisti, 4 citizen journalist e 2 collaboratori.

Il tema della Giornata 2018

Nel 2018, l’Unesco guiderà la 25esima celebrazione della Giornata mondiale della libertà di stampa. L’evento principale, organizzato congiuntamente dall’Agenzia dell’ONU e dal governo della Repubblica del Ghana, si è svolta ad Accra, in Ghana. Tanti gli speaker e i side events che hanno partecipato per trattare il tema globale scelto per l’edizione di quest’anno: “Mantieni il potere sotto controllo: media, giustizia e stato di diritto”. Una traccia che ha affrontato questioni relative alle sfide contemporanee per garantire la libertà di stampa e il ruolo dei media. Tra le argomentazioni trattate ci sono state anche quelle della trasparenza del processo politico, dell’indipendenza e dell’alfabetizzazione mediatica del sistema giudiziario e della responsabilità delle istituzioni verso il pubblico. Un focus particolare sarà quello sul ruolo dei media nello sviluppo sostenibile, con particolare riguardo al lavoro svolto durante i periodi elettorali e la funzione di controllo sui processi di trasparenza, responsabilità politica e di garanzia dello stato di diritto. Nell’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, il contributo dei giornalisti e dei lavoratori dei media è maggiormente associato all’obiettivo di sviluppo sostenibile (SDG) numero 16 riguardante la pace, la giustizia e il rafforzamento delle istituzioni.

Stephen Hawking, Addio

L’astrofisico britannico, uno degli scienziati più famosi al mondo,
è morto lo scorso mese nella sua casa di Cambridge.
Aveva 76 anni e soffriva di malattia del motoneurone dal 1963.

 

 

Stephen Hawking, icona universale della scienza moderna, è morto lo scorso mese,
nella sua casa di Cambridge. Nello stesso giorno in cui, 139 anni fa,
nasceva Albert Einstein.
A dare l’annuncio i suoi tre figli Lucy, Robert e Tim,
con un comunicato ufficiale.
Risale ad appena pochi giorni prima della sua ultima apparizione televisiva,
un’intervista in cui discuteva con l’amico e collega Neil deGasse Tyson il proprio
punto di vista sui concetti di tempo e spazio prima del Big Bang.

 

Stephen Hawking nacque a Oxford l’8 gennaio del 1942.
A 17 anni si iscrisse alla University College della città,
laureandosi in fisica “cum laude” in appena tre anni con una tesi sull’origine dell’Universo e
del Big Bang. Nel 1963 si spostò a Cambridge, dove venne nominato professore di matematica
in quella che era stata la cattedra di Isaac Newton.
Nello stesso periodo cominciò ad accusare serie difficoltà nell’uso degli arti: in seguito
a diversi accertamenti medici, gli venne diagnosticata la sclerosi laterale amiotrofica,
una grave malattia neurodegenerativa che non gli avrebbe lasciato più di due anni di vita.
In realtà, la prognosi si sarebbe rivelata inesatta: si trattava, con più probabilità,
di una forma di sclerosi a lenta progressione, che lo avrebbe costretto all’immobilità,
permettendosi di spostarsi con una sedia a rotelle e usare un sintetizzatore vocale per
comunicare.

La malattia non gli impedì di continuare a lavorare. Infatti, diede contributi unici e
preziosissimi alla fisica teorica, specialmente nei campi dello studio dei buchi neri,
della cosmologia quantistica e dell’origine dell’Universo.
Gli studi di Hawking hanno confermato l’esistenza delle cosiddette singolarità
gravitazionali, regioni in cui la materia ha una densità infinita e in cui i concetti
di spazio e tempo sono privi di significato. Inoltre, Hawking teorizzò,
assieme al collega Roger Penrose, che una di queste singolarità coincide con il Big Bang,
il momento in cui cominciano ad avere senso i concetti di spazio e di tempo.
Lo scienziato elaborò per primo le leggi della
termodinamica dei buchi neri, dimostrando che questi oggetti
erano in grado di irradiare particelle subatomiche.
La cosiddetta radiazione di Hawking.

Stephen hawking, come già detto, è stato uno dei più grandi scienziati contemporanei
a cui dobbiamo molte teorie che sono state rivoluzionarie, inoltre, è l’esempio che volere sia
anche “potere”, nonostante fosse infermo su una sedia a rotelle e parlasse con un sintetizzatore vocale, egli non
si diede mai per vinto e continuò i suoi studi, scoprendo numerose teorie scientifiche.

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GRAVIDANZA E FUMO DUE BINOMI DA EVITARE

Si sa che lo stato di gravidanza è uno stato particolare in cui è consigliabile interrompere tutte quelle abitudini dannose che potrebbero mettere in pericolo la vita del feto. Molto probabilmente una delle sostanze più pericolose a cui il feto è più frequentemente esposto è proprio il fumo da tabacco. Molte delle donne che fumano ne sono così dipendenti da non riuscire a smettere di fumare neanche nei nove mesi di gravidanza; in questo modo espongono i loro embrioni alle sostanze tossiche del fumo, tra cui la nicotina, il monossido di carbonio e una serie di composti cancerogeni. Per questi motivi le donne fumatrici incorrono maggiormente nel rischio di subire un aborto spontaneo, rispetto alle donne non fumatrici, così come le fumatrici danno alla luce bambini di peso inferiore e con un tasso di mortalità dopo la nascita più alto dei bambini delle madri non fumatrici.

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Esistono prove che i bambini nati da madri fumatrici soffrono di problemi intellettivi e comportamentali. I ricercatori hanno analizzato il sangue di neonati di madri fumatrici e hanno scoperto l’esistenza di un componente cancerogeno, che provoca le mutazioni del DNA passando attraverso la placenta. Le tossine del fumo del tabacco che la madre assorbe volontariamente o involontariamente dal sangue passano direttamente al cordone ombelicale e quindi alla placenta che avvolge il bambino. La nicotina diminuisce il sangue nell’utero e placenta , privando il nascituro di alcune sostanze utili alla sua sopravvivenza.

Ma i problemi non si hanno solo durante la gravidanza, una donna fumatrice secondo i ricercatori dell’Università di Copenaghen ha ridotto di circa il 30 per cento le probabilità di rimanere incinta. Il fumo mette a rischio anche il parto, aumentando le casistiche di parti prematuri per questi soggetti a rischio.Una ricerca condotta dal The Smoking in Pregnancy Challenge Group, un’associazione benefica composta da 20 gruppi che tengono particolarmente a cuore la salute delle donne come Action on Smoking and Health, Bliss, the Faculty of Public Health, the Royal College of Midwives e the Royal College of Nursing, ha dimostrato che ogni anno si contano 2.200 nascite premature, 5mila aborti spontanei e 300 decessidurante il parto in soli 12 mesi.

E’ proprio per questo che THE SMOKING IN PREGNANCY CHALLENGE GROUP ha chiesto al governo di prendere provvedimenti per dimezzare il numero di donne in dolce attesa che fumano: richiesta di vere e proprie leggi.

il dottor Richmond presidente del Royal College of Obstetricians and Gynaecologists, ha dichiarato: “Siamo i primi a vedere gli effetti devastanti dell’aborto spontaneo, delle nascite e delle morti premature causate dal fumo. Una donna incinta deve smettere di fumare se vuole evitare complicazioni durante la gravidanza e migliorare la crescita e lo sviluppo del piccolo”. Le associazioni che partecipano al progetto sperano che il governo dia il suo supporto alla causa. E’ importanteche le donne in dolce attesa abbiano un aiuto dal sistema sanitario per smettere di fumare senza mettere a rischio il proprio benessere mentale.

unnamed-1Secondo un altro studio dell’Università di Nottingham, i figli di una donna fumatrice sono anche maggiormente esposti all’asma.Chiaramente il problema non è solo nella donna fumatrice ma anche nei papà: il fumo passivo può avere effetti simili. Quando arriva un bebé meglio riporre sigari e sigarette: la salute di tutti ne trarrà giovamento

I giovani e il sabato sera

Già da tempo ormai assistiamo alle cosiddette “stragi del sabato sera”, le cui vittime sono per lo più adolescenti che, con la voglia di divertirsi e di lasciarsi un po’ andare dopo una settimana lunga e stressante, spesso vanno con amici in locali, discoteche o pub, nei quali, forse anche per in inconscio desiderio di accettazione da parte degli altri, assumono alcool o droghe, seppur leggere, ma, nella maggior parte dei casi, in gran quantità, o per lo meno in quantità tali da non permettere loro la guida.Tutti i giorni, leggendo giornali o seguendo notiziari in televisione, ci si può accorgere di quanto siano alte le percentuali dei giovani che perdono la vita, sia su strade provinciali che su autostrade, nella notte fra il sabato e la domenica. I giovani attendono il sabato per divertirsi e liberarsi di tutte le tensioni, le noie e le fatiche accumulate nel corso della settimana; tuttavia, nella maggior parte dei casi, (ciò è ampiamente dimostrato dalle statistiche rilevate), è proprio questo il giorno in cui si verificano le peggiori stragi dell’intera settimana. Alla base di tutto ciò, sono presenti, come cause principali, i fumi dell’alcol, la droga, ma soprattutto la voglia che hanno i giovani di confrontarsi fra loro e di superarsi a vicenda. Gli incidenti del sabato sera, infatti, sono spesso la prova di alcune “bravate” eseguite dai giovani per mostrare al gruppo il proprio coraggio e, specialmente, per non farsi emarginare da esso.

Secondo me, per risolvere questo problema, bisognerebbe adottare misure che limitino queste stragi, cominciando ad apportare serie modifiche all’interno delle discoteche. Sarebbe infatti opportuno ridurre l’uso di bevande alcoliche e favorire questa iniziativa con l’introduzione di un bonus per quelle analcoliche; avere cioè la possibilità di poter consumare gratuitamente o a prezzo ridotto le bevande prive di alcol. Un’altra limitazione a questo problema, secondo me, arriverebbe se i giovani “cercassero di mettere la testa a posto” e capissero che, spesso, comportarsi da imprudenti e compiere azioni molto pericolose per non apparire inferiori al resto del gruppo, è una delle cause principali delle loro sciagure. Inoltre, se i padroni delle discoteche decidessero di chiudere i proprio locali ad un’ora più ragionevole, sono convinta che anch’essi contribuirebbero a salvare, anche se in modo indiretto, molte vite di giovani. Infine credo che, in molti casi, se i giovani fossero più responsabili, potrebbero evitare di lasciarci la pelle nel bel mezzo delle strade. Mi riferisco a quelle situazioni in cui essi, appena usciti dalle discoteche, pur sapendo di trovarsi in uno stato di salute ben lontano da quello ottimale, decidono ugualmente di mettersi alla guida; così facendo, i giovani ignorano il fatto che, nella maggior parte dei casi, stanno “dirigendosi” da soli verso la morte. Sono consapevole che questo problema non potrà essere risolto in tempi brevissimi, poiché esso necessita di soluzioni concrete, che vanno studiate a fondo dagli esperti. Tuttavia mi auguro che, con il passar del tempo, le stragi del sabato sera diminuiscano, in modo che esse non compariranno più né sulle prime pagine dei giornali, né come titoli di apertura dei notiziari, ma rimarranno solo come un brutto ricordo del passato.

Recensione libro: Il viaggio in occidente di Wu Ch’eng-en

Dovunque questo libro si trovi, le divinità celesti lo proteggono. Il lettore deve aprirlo con rispetto e
sincerità, dopo aver purificato le proprie mani e aver bruciato incenso. Quando si sente affaticato lo chiuda,
lo collochi riguardosamente in luogo elevato e badi che non sia sporcato né danneggiato. Per essere degni
di leggere il Xiyou Ji bisogna sapere queste cose. (Liu Yiming, Commento al Xiyou Ji, scritto alla metà del
secolo XVIII, stampato nel 1806)

È così che comincia l’opera di cui si andrà a parlare oggi, si tratta infatti del libro “Il viaggio in occidente”. Quest’opera, scritta nel 15esimo secolo, fa parte dei quattro grandi romanzi classici cinesi. L’autore originariamente era anonimo, ma successivamente l’opera viene attribuita a Wu Ch’eng-en.

Il libro è una unione di leggende, proverbi, opere teatrali e racconti orali tipici cinesi. L’avventura vede come protagonista il monaco Tripitaka che è in viaggio verso l’India (l’occidente a cui è riferito il titolo), con l’incarico di prendere i testi sacri buddhisti e riportarli nel suo paese per poter diffondere questa religione.

Ma durante il suo viaggio non sarà da solo, infatti verrà accompagnato da un maiale antropomorfo di nome Zhu Wuneng, un demone fluviale e da una scimmia chiamata Sun Wukong (quest’ultimo ha ispirato molti personaggi di anime e manga, come Monkey disegnato da Osamu Tezuka, e il famosissimo Son Goku della serie animata Dragon Ball).

Poiché le avventure dei personaggi trattano sfere di diverso tipo, quali religione, storia e folklore ad esempio, rende il testo affrontabile in diverse maniere. Io l’ho letto come una storia di avventura, ma mi è piaciuto anche immergermi nella cultura cinese trattata dal libro.

Il romanzo è composto da 100 capitoli, divisi in due parti. La prima parte, denominata “Scimmiotto in Cielo” narra delle vicende di Sun Wukong, che dopo essere nato da un uovo di pietra e divenuto il re delle scimmie parlanti che risiedono nel Monte dei Fiori e Dei Frutti, decide di voler andare più in alto, diventando una divinità. Lo scimmiotto si mette in viaggio, imparando l’arte delle 72 trasformazioni, e trovando l’arma che lo ha reso così famoso, ossia il bastone magico che può allungarsi a suo piacimento.

Son Goku di Dragon Ball e Sun Wukong del viaggio in occidente messi a confronto

 

Le divinità, sapendo che quel bastone era molto pericoloso, decidono di dare a Scimmiotto incarichi infimi, ma Scimmiotto decide di ribellarsi e quindi decide di mettere a soqquadro il cielo dove risiedevano gli Dei. Ormai diventato immortale grazie alle pillole di cinabro e alle pesche dell’immortalità, il solo intervento degli dei Lao Tzé e Pusa Guanyin non era abbastanza, perciò alla fine interviene Buddha che con uno schiaffo lo fa precipitare di nuovo sulla terra e lo sigilla sotto le montagne dei 5 elementi per 500 anni, finché non viene reclutato da Tripitaka nella seconda parte del libro già citata sopra.

La seconda parte invece è il vero e proprio viaggio in occidente. Infatti 500 anni dopo l’imprigionamento di Sun Wukong, Buddha e le altre divinità notano che la fede sta diminuendo, così incarica Tripitaka di andare a prendere le sacre scritture buddhiste in India, accompagnato dai personaggi citati sopra.

In conclusione, il  ‘viaggio in occidente’ non è un libro catalogabile, poiché è un ibrido fra il genere epico e romanzo d’avventura. I cambi di tono, dal grottesco al lirico al bellico, li rendono il suo punto di forza, e la sua grande modernità. In certi tratti ricorda Akira Kurosawa negli anni ’50 (Periodo in cui pubblicò la sua sceneggiatura ‘7 samurai’). Nonostante l’opera sia buddhista, si può anche sentire vagamente un’aura taoista. La morale dell’ opera, infatti, sembra riassunta nell’aforismo di Lao-tzu, secondo cui il viaggio è più importante della meta.

La Coscienza di Zeno

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Il romanzo “La coscienza di Zeno” è stato scritto da Italo Svevo, uno dei più importanti scrittori del novecento e della letteratura italiana in generale. Il vero nome era Hector Shimitz ma egli usò lo pseudonimo di nome Svevo per dimostrare che lo scrittore aveva ricevuto non solo un’educazione tedesca ma anche una formazione culturale italiana. “La coscienza di Zeno” è un opera che appartiene alla corrente dei romanzi psicologici ossia quel tipo di romanzo che ha come punto nodale lo scavo nell’interiorità dei personaggi.

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Infatti i personaggi a differenza degli altri romanzi precedenti vengono descritti non solo nel loro carattere fisico ma anche in quello mentale e psicologico. Infatti la letteratura compie un percorso di formazione e di trasformazione con l’avvicendarsi dei vari generi letterari. Nel romanzo psicologico i fatti e gli avvenimenti vengono narrati in prima persona, e gli autori mostrano personaggi ben lontani da quella determinazione nel perseguire i protagonisti delle trame “di formazione” ottocentesche, i personaggi infatti indugiano nei ricordi del passato anziché protrarsi nel futuro cercano di indugiare su se stessi e di ricomporre un’unità spirituale che sentono di non aver più.

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Tra questi romanzi, La coscienza di Zeno si caratterizza per il suo impianto di tipo “psicoanalitico”. Il tempo in cui il romanzo si colloca non ha una connotazione ben precisa; i fatti non si susseguono cronologicamente e secondo uno schema lineare. Spesso il passato ripercorre le strade del pensiero di Zeno e si confonde con il presente formando un unico impasto non scindibile. L’interesse per le opere di Freud e per il metodo psicoanalitico suggerisce a Svevo infatti l’idea di proporre la narrazione dei fatti come frutto del lavoro di analisi che il protagonista-io-narrante , cioè Zeno Cosini, compie su se stesso. II romanzo si apre con la Prefazione, lo psicanalista “dottor S.” induce il paziente Zeno Cosini, vecchio commerciante triestino, a scrivere un’autobiografia come contributo al lavoro psicanalitico. Poiché il paziente si è sottratto alle cure prima del previsto, il dottore per vendicarsi pubblica il manoscritto. Nella prima parte Zeno racconta il suo accostamento alla psicanalisi e l’impegno di scrivere il suo memoriale, raccolto intorno ad alcuni temi ed episodi. Per esempio “Il fumo” dove racconta dei vari tentativi per guarire dal vizio del fumo, come “La morte di mio padre” dove viene raccontato il difficile rapporto di Zeno con il padre. Non appena finisce di raccontare le sue esperienze, Zeno, abbandonato lo psicanalista, scrive un altro capitolo, intitolato “Psico-analisi” dove egli spiega i motivi dell’abbandono della cura e proclama la propria guarigione.